Da dove nasce il mito
Negli anni ’70 alcuni studi epidemiologici negli Stati Uniti iniziarono a osservare una possibile associazione tra esposizione prolungata a sottoprodotti di disinfezione dell’acqua e alcune neoplasie (in particolare vescica). Da allora il tema è stato studiato in modo intenso, l’Agenzia Internazionale per la Ricerca sul Cancro (IARC) ha classificato vari trialometani in categoria 2B (“possibly carcinogenic to humans”) e sono stati introdotti limiti normativi sempre più stringenti.
Nel passaggio dai dati scientifici alla narrativa pubblica, la classificazione 2B — che indica “prove limitate” e non certezza — viene spesso letta come “provoca il cancro”. È lo stesso fraintendimento che si fa con altri 2B noti, come per esempio il caffè nei suoi precedenti aggiornamenti. La conseguenza è una percezione di rischio sproporzionata rispetto all’esposizione reale.
Cosa dice la scienza
WHO, nelle sue Linee Guida per la qualità dell’acqua potabile, ricorda che la disinfezione è una conquista sanitaria fondamentale e che il rischio di non disinfettare è di gran lunga maggiore del rischio dei sottoprodotti. Allo stesso tempo fissa valori guida per i trialometani totali e singoli (cloroformio, bromoformio, BDCM, DBCM) tali da minimizzare l’esposizione cronica.
La Direttiva UE 2020/2184, recepita dal D.Lgs. 18/2023, fissa per i trialometani totali un valore di parametro di 100 µg/L. La maggior parte degli acquedotti italiani opera con valori medi nettamente inferiori a questa soglia. IARC ha classificato il cloroformio come gruppo 2B; il D.Lgs. 18/2023 ha inoltre ridotto limiti su clorito, clorato e bromato, in linea con un approccio precauzionale. Studi recenti (es. lavori europei coordinati da ricercatori IS Global) hanno stimato la quota di tumori della vescica attribuibile ai THM nella popolazione europea — quota non zero, ma molto piccola, soprattutto al di sotto dei limiti normativi.
Il verdetto, in pratica
L’acqua del rubinetto entro i limiti normativi italiani non rappresenta un rischio cancerogeno significativo. Le concentrazioni tipiche dei THM sono nell’ordine di poche decine di µg/L, mantenute sotto controllo grazie a una disinfezione gestita con attenzione e a rete in buono stato. Eliminare la disinfezione per evitare i THM sarebbe un errore sanitario clamoroso: il rischio microbiologico evitato dalla clorazione è di un ordine di grandezza superiore al rischio dei sottoprodotti.
Detto questo, per chi vuole minimizzare l’esposizione — ad esempio per scelta precauzionale durante la gravidanza o per bambini piccoli — esistono soluzioni semplici: l’uso di un filtro a carbone attivo a punto d’uso riduce sensibilmente i THM, perché questi sono molecole volatili e affini al carbone. Anche lasciare l’acqua in caraffa aperta in frigorifero per qualche ora favorisce l’allontanamento di parte dei composti più volatili.
Cosa fare se sei preoccupato
Se il dubbio riguarda i sottoprodotti della disinfezione del proprio acquedotto, il modo per uscire dal dubbio è verificarne i valori reali. I report annuali del gestore idrico riportano i valori medi dei THM; per un dato puntuale, un’analisi di laboratorio sui parametri “disinfezione e suoi sottoprodotti” misura cloro residuo, trialometani e altri composti.
- Controlla i valori di trialometani nel report del tuo gestore idrico.
- Se vuoi ridurli ulteriormente, usa un filtro a carbone attivo a punto d’uso.
- Non eliminare la disinfezione del rubinetto: il rischio microbiologico evitato è enormemente maggiore.
- In gravidanza o con bambini piccoli puoi adottare un approccio precauzionale (filtro, caraffa aperta in frigo).
Quando preoccuparsi davvero
Le situazioni in cui i THM possono effettivamente raggiungere valori elevati riguardano acque ad alta concentrazione di sostanza organica naturale (zone con falde superficiali), acquedotti in cui la disinfezione è dosata in eccesso o tratti di rete con tempi di permanenza molto lunghi. In questi casi un’analisi mirata e un confronto con il gestore aiutano a chiarire la situazione. Ma anche in questi scenari, parlare di “cancro causato dall’acqua” è una semplificazione: il rischio si misura su esposizioni a vita, e i margini di sicurezza dei limiti normativi sono stati pensati proprio per coprirlo.