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"Basta bollire l’acqua del rubinetto per renderla sicura"

Verdetto: Parzialmente vero

Bollire l’acqua del rubinetto la rende sicura? Verità e limiti

Parzialmente vero. La bollitura disattiva i microrganismi patogeni ed è utile in caso di ordinanza non potabilità microbiologica, ma non rimuove metalli, nitrati, PFAS o pesticidi: questi contaminanti chimici si concentrano per evaporazione.

Da dove nasce il mito

L’idea che “bollire purifica” è radicata nella memoria storica delle epidemie idriche: per oltre un secolo, di fronte a colera, tifo, dissenteria, la bollitura ha rappresentato lo strumento più semplice ed efficace per prevenire contagi. Questa associazione culturale fra acqua bollita e acqua sicura si è sedimentata in modo profondo, soprattutto nelle generazioni che hanno vissuto situazioni di emergenza idrica.

Nel XXI secolo però il profilo dei rischi è cambiato: gli acquedotti moderni controllano efficacemente i patogeni con potabilizzazione e disinfezione, mentre i problemi emergenti riguardano contaminanti chimici (PFAS, pesticidi, nitrati, metalli pesanti residui in vecchie tubazioni). La bollitura, strumento perfetto contro un problema, è sostanzialmente inutile contro l’altro.

Cosa dice la scienza

Le Linee Guida WHO per la qualità dell’acqua potabile spiegano che la bollitura per almeno un minuto a piena ebollizione (tre minuti ad alta quota) inattiva virus, batteri e protozoi, ed è raccomandata come trattamento di emergenza in caso di guasti, eventi alluvionali o ordinanze del sindaco per non potabilità. È il principio per cui i Centers for Disease Control degli USA raccomandano la cosiddetta “boil water advisory”.

Lo stesso WHO chiarisce però che la bollitura non rimuove sostanze chimiche disciolte. Metalli pesanti come piombo e arsenico, nitrati, sostanze perfluoroalchiliche (PFAS), pesticidi, prodotti farmaceutici a tracce non evaporano insieme al vapore acqueo. Anzi: poiché l’acqua evapora e i soluti restano, la loro concentrazione nel residuo aumenta. EFSA, ECDC e l’Istituto Superiore di Sanità indicano per questi rischi soluzioni diverse: controllo a monte nell’acquedotto, trattamenti di filtrazione specifici (osmosi inversa, carbone attivo, scambio ionico) e analisi periodiche.

Il verdetto, in pratica

La bollitura va vista per quello che è: un eccellente trattamento microbiologico di emergenza, non una soluzione generale alla qualità dell’acqua. Se il problema dell’acqua del tuo rubinetto è microbiologico (per esempio dopo una rottura di rete o un’ordinanza comunale) bollirla almeno un minuto è la cosa giusta. Se il problema è o si sospetta sia di natura chimica (vecchio impianto domestico, zona agricola, area PFAS, sospetto piombo) bollirla non risolve nulla.

Il passaggio decisivo è sempre lo stesso: capire qual è il rischio reale dell’acqua di casa, e farlo con dati. Un’analisi di laboratorio permette di sapere se serve un trattamento, e quale.

Cosa fare se sei preoccupato

Se vuoi capire se l’acqua del rubinetto presenta criticità, l’approccio razionale è dividere il problema in due piani: microbiologico e chimico. Per il primo, in condizioni ordinarie e in assenza di ordinanze del Sindaco, l’acqua di rete italiana è generalmente sicura grazie ai trattamenti di acquedotto. Per il secondo, conta molto la zona geografica, l’età e il tipo di impianto interno.

  • In caso di ordinanza di non potabilità microbiologica: bolli per almeno 1 minuto e segui le indicazioni del Comune.
  • Per sospetti chimici (metalli, nitrati, PFAS): la bollitura non serve, occorre un’analisi di laboratorio mirata.
  • Per impianti interni vecchi: valuta un’analisi al punto di uscita del rubinetto (non solo al contatore).
  • In aree note per PFAS o agricole: chiedi analisi specifiche su PFAS e nitrati.

Quando preoccuparsi davvero

Il caso in cui la bollitura ha un ruolo preciso è quello dell’emergenza microbiologica, segnalata dalle autorità sanitarie locali. Negli altri casi i segnali di allarme sono diversi: odori metallici o di solvente, schiuma persistente, depositi colorati, residenti in aree con storia documentata di contaminazione. In queste situazioni la risposta corretta non è lo scaldare l’acqua, ma fare un’analisi chimica completa e, se necessario, installare un trattamento adatto al contaminante specifico.

Riferimenti scientifici

  • WHO, Guidelines for Drinking-water Quality, 4th edition incorporating the first and second addenda (2022) — chapter on emergency treatment.
  • CDC, Making Water Safe in an Emergency (technical guidance).
  • D.Lgs. 23 febbraio 2023, n. 18 — acque destinate al consumo umano.
  • EFSA, Scientific Opinion on the risks to human health related to PFAS in food, EFSA Journal 2020;18(9):6223.

Domande frequenti

Bollire l’acqua elimina il calcare?
No. La bollitura fa precipitare parte del calcio in forma di carbonato (la “patina” nel bollitore), ma non elimina la durezza in modo affidabile. Soprattutto, non rimuove sodio, nitrati, metalli, PFAS.
Bollire elimina il cloro?
Riduce in parte il cloro libero residuo per evaporazione, ma non garantisce la rimozione dei sottoprodotti di disinfezione già formati (come i trialometani). Per il cloro è più efficace un filtro a carbone attivo o lasciare l’acqua a riposo in una caraffa per qualche ora.
Bollire elimina i PFAS?
No. I PFAS sono molto stabili e non si rimuovono con il calore: tendono anzi a concentrarsi se l’acqua evapora. Per i PFAS servono trattamenti specifici (osmosi inversa, carboni attivi a grano fine, resine selettive).
Per quanto tempo devo bollire l’acqua in caso di ordinanza?
Le linee guida internazionali (WHO, CDC) indicano di portare l’acqua a ebollizione vivace e mantenerla per almeno un minuto (tre minuti sopra i 2000 metri di quota) per inattivare in modo affidabile patogeni batterici, virali e protozoari.

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