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PFAS in Italia: dove sono stati trovati e cosa fare se vivi in quelle zone

I PFAS - sostanze poli- e perfluoroalchiliche - sono al centro di una delle più grandi emergenze ambientali italiane. Scoperti nel 2013 nelle falde di Veneto, Lombardia e Piemonte, sono associati a problemi tiroidei, immunitari e oncologici. Da gennaio 2026 la nuova direttiva UE 2020/2184, recepita con il D.Lgs. 18/2023, impone limiti precisi sull'acqua potabile. In questo articolo spieghiamo cosa sono i PFAS, dove sono stati trovati in Italia, perché preoccupano, quali sono i nuovi limiti di legge e come puoi capire se la tua acqua è interessata e cosa fare in caso positivo, dalle analisi di laboratorio ai trattamenti più efficaci.

Cosa sono i PFAS

I PFAS sono una famiglia di oltre 10.000 molecole di sintesi caratterizzate da catene carbonio-fluoro estremamente stabili. Vengono usate da decenni per la loro resistenza a calore, acqua, oli: rivestimenti antiaderenti, tessili idrorepellenti, schiume antincendio, imballaggi alimentari, cosmetici.

Proprio la loro stabilità è il problema: in natura non si degradano e sono stati ribattezzati "forever chemicals". Si accumulano nel sangue umano e si trasferiscono al feto in gravidanza e ai lattanti attraverso il latte materno.

Il caso Miteni e la contaminazione del Veneto

Nel 2013 una ricerca del CNR documentò che le falde della provincia di Vicenza, Verona e Padova erano fortemente contaminate. La fonte fu identificata nello stabilimento Miteni di Trissino, attivo dagli anni Sessanta nella produzione di PFAS.

La Regione Veneto definì zone di rischio: area rossa (massima contaminazione, intervento urgente sugli acquedotti), area arancione e gialla. Centinaia di migliaia di persone hanno consumato per anni acqua contaminata. Sono stati attivati screening sanitari sui residenti, ancora in corso.

Altre regioni italiane interessate

Il problema non è solo veneto. Negli ultimi anni rilevamenti significativi sono emersi anche in altre aree, sia per attività industriali sia per impianti di trattamento dei rifiuti.

  • Lombardia: aree del bresciano, lodigiano, milanese vicino a impianti chimici e galvaniche.
  • Piemonte: zona dell'alessandrino, in particolare attorno a Spinetta Marengo con il polo Solvay.
  • Toscana ed Emilia-Romagna: rilevamenti sporadici legati a poli produttivi specifici.
  • Lazio e Campania: monitoraggi attivati in seguito a controlli su acque superficiali.

I nuovi limiti della direttiva UE 2020/2184

La direttiva UE 2020/2184, recepita in Italia dal D.Lgs. 18/2023, ha introdotto due parametri specifici per i PFAS nell'acqua destinata al consumo umano.

Il limite di 0,1 µg/L (microgrammi per litro) si applica alla somma di 20 PFAS individuati come prioritari. Il limite di 0,5 µg/L si riferisce invece al "PFAS totali", una stima cumulativa. Sono valori più severi rispetto alla normativa precedente e impongono ai gestori monitoraggi sistematici.

Come capire se l'acqua di casa è interessata

I PFAS non si vedono, non si annusano, non alterano il sapore. L'unico modo per saperlo è un'analisi chimica specifica, eseguita da un laboratorio specialistico con tecnica LC-MS/MS o HRMS, in grado di rilevare concentrazioni dell'ordine dei nanogrammi per litro.

Le analisi di routine fornite dal gestore non sempre includono il pannello PFAS completo. Per acque di pozzo privato o se si vive in aree storicamente esposte, ha senso richiedere un'analisi mirata.

Come ridurli a livello domestico

I PFAS non si eliminano bollendo l'acqua. Le tecnologie efficaci sono limitate, ma esistono.

  • Osmosi inversa sottolavello: rimozione superiore al 90% per la maggior parte dei PFAS, è la soluzione più affidabile.
  • Filtri a carbone attivo granulare (GAC) ad alte prestazioni: efficaci ma con efficienza variabile in funzione della catena del PFAS e del livello di saturazione.
  • Resine a scambio anionico specifiche: utilizzate negli impianti di trattamento centralizzati.

Cosa NON funziona contro i PFAS

Vale la pena sfatare alcune illusioni diffuse.

  • La bollitura non rimuove i PFAS, anzi li concentra perché l'acqua evapora.
  • Le caraffe filtranti a basso costo offrono efficienze marginali e non documentate sui PFAS.
  • Gli addolcitori riducono la durezza, non agiscono sui contaminanti organici come i PFAS.

Domande frequenti

I PFAS sono pericolosi anche a basse concentrazioni?
Sì, vista la loro persistenza nell'organismo (emivita di anni). I limiti europei sono stati abbassati proprio perché studi epidemiologici hanno collegato esposizioni croniche a effetti su tiroide, sistema immunitario, fertilità e ad alcuni tumori.
Vivo in area rossa: il gestore mi garantisce acqua sotto i limiti?
I gestori in zona rossa hanno installato impianti di trattamento a carboni attivi e resine. I controlli pubblici sono frequenti e i dati spesso disponibili. È comunque sensato chiedere conferma e, se desiderato, fare analisi indipendenti.
Posso analizzare i PFAS con un kit fai-da-te?
No. La determinazione dei PFAS richiede strumentazione di laboratorio (LC-MS/MS o HRMS) e protocolli rigorosi. Le strisce reattive e i kit domestici non sono in grado di rilevarli.
Quanto costa un'analisi PFAS?
Indicativamente da poco meno di 100 a oltre 250 euro a seconda del numero di composti ricercati e dei limiti di quantificazione richiesti. Per uso domestico in zone a rischio, il pannello dei 4 principali è spesso sufficiente come prima valutazione.

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