Cosa sono i PFAS
I PFAS sono una famiglia di oltre 10.000 molecole di sintesi caratterizzate da catene carbonio-fluoro estremamente stabili. Vengono usate da decenni per la loro resistenza a calore, acqua, oli: rivestimenti antiaderenti, tessili idrorepellenti, schiume antincendio, imballaggi alimentari, cosmetici.
Proprio la loro stabilità è il problema: in natura non si degradano e sono stati ribattezzati "forever chemicals". Si accumulano nel sangue umano e si trasferiscono al feto in gravidanza e ai lattanti attraverso il latte materno.
Il caso Miteni e la contaminazione del Veneto
Nel 2013 una ricerca del CNR documentò che le falde della provincia di Vicenza, Verona e Padova erano fortemente contaminate. La fonte fu identificata nello stabilimento Miteni di Trissino, attivo dagli anni Sessanta nella produzione di PFAS.
La Regione Veneto definì zone di rischio: area rossa (massima contaminazione, intervento urgente sugli acquedotti), area arancione e gialla. Centinaia di migliaia di persone hanno consumato per anni acqua contaminata. Sono stati attivati screening sanitari sui residenti, ancora in corso.
Altre regioni italiane interessate
Il problema non è solo veneto. Negli ultimi anni rilevamenti significativi sono emersi anche in altre aree, sia per attività industriali sia per impianti di trattamento dei rifiuti.
- Lombardia: aree del bresciano, lodigiano, milanese vicino a impianti chimici e galvaniche.
- Piemonte: zona dell'alessandrino, in particolare attorno a Spinetta Marengo con il polo Solvay.
- Toscana ed Emilia-Romagna: rilevamenti sporadici legati a poli produttivi specifici.
- Lazio e Campania: monitoraggi attivati in seguito a controlli su acque superficiali.
I nuovi limiti della direttiva UE 2020/2184
La direttiva UE 2020/2184, recepita in Italia dal D.Lgs. 18/2023, ha introdotto due parametri specifici per i PFAS nell'acqua destinata al consumo umano.
Il limite di 0,1 µg/L (microgrammi per litro) si applica alla somma di 20 PFAS individuati come prioritari. Il limite di 0,5 µg/L si riferisce invece al "PFAS totali", una stima cumulativa. Sono valori più severi rispetto alla normativa precedente e impongono ai gestori monitoraggi sistematici.
Come capire se l'acqua di casa è interessata
I PFAS non si vedono, non si annusano, non alterano il sapore. L'unico modo per saperlo è un'analisi chimica specifica, eseguita da un laboratorio specialistico con tecnica LC-MS/MS o HRMS, in grado di rilevare concentrazioni dell'ordine dei nanogrammi per litro.
Le analisi di routine fornite dal gestore non sempre includono il pannello PFAS completo. Per acque di pozzo privato o se si vive in aree storicamente esposte, ha senso richiedere un'analisi mirata.
Come ridurli a livello domestico
I PFAS non si eliminano bollendo l'acqua. Le tecnologie efficaci sono limitate, ma esistono.
- Osmosi inversa sottolavello: rimozione superiore al 90% per la maggior parte dei PFAS, è la soluzione più affidabile.
- Filtri a carbone attivo granulare (GAC) ad alte prestazioni: efficaci ma con efficienza variabile in funzione della catena del PFAS e del livello di saturazione.
- Resine a scambio anionico specifiche: utilizzate negli impianti di trattamento centralizzati.
Cosa NON funziona contro i PFAS
Vale la pena sfatare alcune illusioni diffuse.
- La bollitura non rimuove i PFAS, anzi li concentra perché l'acqua evapora.
- Le caraffe filtranti a basso costo offrono efficienze marginali e non documentate sui PFAS.
- Gli addolcitori riducono la durezza, non agiscono sui contaminanti organici come i PFAS.