Da dove nasce il mito
Il mito del “fluoro nell’acqua che fa male alla tiroide” è importato dal dibattito anglosassone, dove la fluorizzazione artificiale dell’acqua è oggetto di discussione da decenni. Negli ultimi anni è stato amplificato sui social italiani senza chiarire la differenza chiave: la fluorizzazione artificiale qui non esiste come politica nazionale.
A questa importazione di narrativa si è sommata una preoccupazione legittima ma localizzata: in alcune zone italiane di origine vulcanica le falde possono contenere fluoruri di origine geologica in concentrazioni elevate. Sono casi specifici, non la regola, ma vanno gestiti con dati.
Cosa dice la scienza
EFSA ha pubblicato un parere scientifico sui valori di riferimento dietetici per il fluoro (EFSA Journal 2013) e un’opinione sulla sicurezza, indicando un livello di assunzione adeguato dell’ordine di 0,05 mg/kg di peso corporeo al giorno e un Tolerable Upper Intake Level di 0,1 mg/kg/die nei bambini e 7 mg/die negli adulti, per prevenire fluorosi dentaria e scheletrica.
WHO indica nelle sue Linee Guida un valore guida di 1,5 mg/L nell’acqua potabile e la stessa soglia è stata recepita dal D.Lgs. 18/2023 come valore di parametro in Italia. La letteratura sulla relazione tra fluoro ed esiti tiroidei mostra segnali in studi epidemiologici condotti in zone con concentrazioni naturali molto elevate (es. India, Cina), mentre i risultati sono più incerti e contestati a concentrazioni vicine ai limiti europei. L’Istituto Superiore di Sanità e il National Toxicology Program statunitense hanno valutato il tema con conclusioni prudenti: a dosi entro i limiti normativi europei l’evidenza di danno tiroideo significativo è limitata, ma il tema è oggetto di ricerca continua.
Il verdetto, in pratica
Per la maggior parte degli italiani il fluoro dell’acqua del rubinetto non rappresenta un rischio sanitario reale, perché le concentrazioni sono molto inferiori al limite di 1,5 mg/L e non viene aggiunto artificialmente. La preoccupazione è invece pertinente in aree geologicamente “calde” (zone vulcaniche del Lazio, alcune aree del Sud Italia) dove la concentrazione naturale può superare 1 mg/L e dove un controllo analitico vale la pena.
Chi ha già una patologia tiroidea diagnosticata e vuole minimizzare ogni esposizione può valutare un’analisi mirata, ma il primo passo razionale è conoscere il valore reale dell’acqua del proprio comune.
Cosa fare se sei preoccupato
Il modo per uscire dal “dipende” è misurare. I report annuali del gestore idrico riportano i valori medi di fluoro; per un dato più puntuale, soprattutto in zone vulcaniche o di pozzo privato, un’analisi di laboratorio sui parametri chimico‑fisici, inclusi i fluoruri, fornisce il valore reale al punto di consumo.
- Controlla il valore di fluoruri nel report del tuo acquedotto.
- In zone vulcaniche o con pozzo privato, fai analizzare specificamente i fluoruri.
- Se hai una patologia tiroidea, parlane con l’endocrinologo e considera un’analisi mirata.
- Ricorda che il fluoro nei dentifrici è a uso topico, non sistemico, e segue logiche diverse.
Quando preoccuparsi davvero
I casi reali di preoccupazione riguardano valori naturali persistenti sopra 1,5 mg/L, situazione documentata in alcune zone laziali e individuabile sui report ARPA o del gestore. In quei casi può essere opportuno adottare un sistema di trattamento domestico capace di abbattere i fluoruri (osmosi inversa, allumina attivata) o, in alternativa, integrare per le esigenze quotidiane con un’acqua a basso contenuto. Anche in queste situazioni la prima azione utile rimane misurare e parlarne con il medico.