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Intervista a una ricercatrice sui PFAS: lo stato dell'arte spiegato semplice

Conversazione divulgativa con una ricercatrice universitaria composita sulle sostanze perfluoroalchiliche, comunemente note come PFAS. Cosa sono, perché sono diventate uno dei temi ambientali più discussi, come sono entrate nelle acque, cosa dice la letteratura scientifica sui possibili effetti sulla salute, come si stanno aggiornando i limiti normativi, cosa significa tutto questo per il cittadino comune che vive in una zona non interessata da contaminazioni documentate.

Premessa

Questo articolo è materiale didattico. L'intervistato è un personaggio composito a scopi educativi e divulgativi.

Cosa sono i PFAS

I PFAS, acronimo che sta per sostanze perfluoroalchiliche, sono una famiglia molto ampia di composti di sintesi caratterizzati da una struttura chimica particolare: una catena di atomi di carbonio fortemente legati a fluoro. Questa caratteristica conferisce loro proprietà uniche di resistenza al calore, all'acqua, ai grassi e ai solventi, e ne ha fatto, per decenni, materiali ideali per moltissime applicazioni industriali e di consumo.

Si trovano nelle pentole antiaderenti, nei rivestimenti idro-oleo-repellenti dei tessuti tecnici, nelle confezioni alimentari resistenti al grasso, in alcune schiume antincendio, in molti processi industriali. La stessa proprietà che li rende utili li rende però estremamente persistenti nell'ambiente, al punto che sono stati ribattezzati nel dibattito pubblico forever chemicals, perché si degradano molto lentamente in natura.

La famiglia comprende migliaia di composti. I più studiati storicamente sono PFOA e PFOS, oggi gradualmente eliminati o sostituiti, ma il panorama è in continuo aggiornamento. Una delle sfide della ricerca è proprio classificare e valutare la rilevanza tossicologica dei vari composti, perché non sono tutti uguali.

Come arrivano nelle acque

I PFAS entrano nell'ambiente per più vie. Storicamente, le contaminazioni più documentate derivano da scarichi industriali di siti produttivi specifici, e da impieghi militari o aeroportuali di schiume antincendio. In alcune aree d'Italia, in particolare nel nord-est, casi di contaminazione di falda hanno avuto un grande impatto mediatico e regolatorio, generando piani di gestione articolati ancora in corso.

Oltre alle contaminazioni puntuali, esiste un fondo diffuso dovuto alla deposizione atmosferica, agli scarichi non industriali, alla diffusione globale di prodotti contenenti questi composti. La conseguenza è che concentrazioni misurabili di PFAS si trovano in molte matrici ambientali, anche lontano dalle sorgenti più note. È un dato di realtà che la ricerca sta documentando in modo sempre più capillare.

Cosa sappiamo sugli effetti sulla salute

La letteratura scientifica sugli effetti sanitari dei PFAS si è arricchita molto negli ultimi anni. Le evidenze più solide riguardano alcuni effetti documentati a esposizioni elevate, soprattutto su sistema immunitario, fegato, profilo lipidico e alcune funzioni endocrine. Alcuni composti della famiglia sono stati classificati dall'IARC come cancerogeni o probabili cancerogeni in valutazioni recenti, sulla base di dati epidemiologici e meccanicistici.

Va detto con chiarezza: il quadro tossicologico non è uniforme per tutta la famiglia, e la valutazione del rischio dipende molto dall'esposizione cumulativa lungo il tempo. La popolazione generale è esposta a livelli molto inferiori a quelli osservati negli studi sulle aree contaminate, e proprio questo è il motivo per cui si discute così tanto di limiti regolatori sempre più stringenti.

L'attenzione si è inoltre spostata sulla valutazione cumulativa: non si guarda più solo il singolo composto, ma la somma di gruppi di PFAS. La direttiva europea 2020/2184 ha introdotto questo approccio nell'acqua potabile, e l'Italia lo ha recepito con il D.Lgs. 18/2023.

Cosa cambia con i nuovi limiti normativi

I nuovi limiti sull'acqua destinata al consumo umano fissano valori molto contenuti, sia come somma di un elenco specifico di PFAS sia come PFAS totali. È una scelta regolatoria precauzionale, basata sulla persistenza ambientale e sulla letteratura sugli effetti, che però comporta sfide tecniche e analitiche significative. Misurare concentrazioni così basse richiede laboratori dotati e protocolli specifici.

I gestori del servizio idrico stanno avviando piani di monitoraggio, sostituzioni di fonti dove necessario, installazione o potenziamento di trattamenti specifici come filtri a carbone attivo o resine a scambio. Sono interventi importanti, e in alcune zone richiederanno anni per essere completati. Il messaggio per il cittadino è che il sistema si sta adeguando, in una logica di precauzione, e che la trasparenza dei dati pubblici è una garanzia importante in questo percorso.

Cosa può fare il cittadino oggi

Il primo passo è conoscere la propria situazione. I dati pubblici dei gestori, dove disponibili in modo trasparente, sono il primo riferimento per capire i livelli misurati nella propria zona. In aree storicamente coinvolte da contaminazioni puntuali la consapevolezza è più alta e i piani pubblici sono più articolati. In zone non interessate da contaminazioni documentate, il quadro generale è in genere rassicurante.

Per chi vuole un controllo specifico al proprio rubinetto, può avere senso un'analisi acqua del rubinetto con pannello PFAS dedicato eseguita in laboratori con strumentazione adeguata. È uno strumento di approfondimento personale, non un sostituto delle azioni di sistema, ma può dare un'istantanea aggiornata della propria situazione.

Verso il futuro: la transizione verso composti alternativi

La ricerca sta lavorando attivamente su composti alternativi a quelli più problematici, ma la storia degli ultimi vent'anni invita alla prudenza: alcuni sostituti di prima generazione si sono rivelati a loro volta problematici. Per questo la tendenza europea è verso una regolazione di gruppo, che limiti l'intera famiglia salvo dimostrazione contraria.

È un'evoluzione complessa, che coinvolge industria, ricerca e legislatori. Per il cittadino è importante non lasciarsi intrappolare nei due estremi: né l'idea che tutto sia ormai inquinato, né la sottovalutazione di un tema che ha caratteristiche obiettive di rilevanza. La via di mezzo è informarsi e seguire le evoluzioni con attenzione, come si fa con qualsiasi tema scientifico in via di consolidamento.

Domande frequenti

Posso eliminare i PFAS dall'acqua del rubinetto in casa?
Alcuni trattamenti domestici come il carbone attivo a blocco o l'osmosi inversa riducono diversi composti della famiglia. L'efficacia dipende dal tipo di filtro, dalla manutenzione e dai composti specifici presenti.
Devo passare all'acqua in bottiglia se vivo in una zona PFAS?
In aree con contaminazione documentata, le indicazioni vengono fornite dalle autorità sanitarie locali con piani specifici. In assenza di indicazioni ufficiali e di dati allarmanti, il passaggio sistematico all'acqua in bottiglia non è una scelta automatica.
Come faccio a sapere se il mio Comune ha problemi di PFAS?
I gestori italiani, soprattutto nelle aree storicamente sotto monitoraggio, pubblicano dati sui propri portali. Per dati puntuali al proprio rubinetto si può ricorrere a laboratori privati dotati di strumentazione adeguata.

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